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Da "Il Terra Comune" del 23/09/2009
Tocca alla pallamano con Diego Tarro Lucia
Riccardo Ghezzi
Diego Tarro Lucia allena dal 2008 il Città
Giardino di pallamano, dopo aver militato
nella stessa squadra come giocatore sia
nelle giovanili sia in serie C, B e A2.
Come è iniziata la tua avventura nella
pallamano? Tutto è cominciato quando ho
deciso di smettere con la pallavolo. Nella
zona in cui abito, Torino sud, c’è il Città
Giardino: con loro ho disputato tutta la trafila
delle giovanili, e poi la serie C, B e A2.
Mi sono lussato la spalla tre volte, alla
terza ho deciso di intraprendere la carriera
allenatore: era settembre 2008.
Preferisci giocare o allenare? Sono due
cose completamente diverse. Giocare è divertente, si respira maggiormente l’aria
dell’agonismo. Allenare per è più interessante,
si possono organizzare i piani di
battaglia e non si sottovaluta l’aspetto psicologico.
Per quale motivo hai preferito
pallamano alla pallavolo? Per qualche
anno ho praticato entrambi gli sport, ma
alla fine ho scelto la pallamano perchè l’idea
del contatto fisico, totalmente assente
nella pallavolo, mi attirava molto di più. La
pallamano è attualmente
abbastanza
diffusa all’interno
delle scuole, può
essere un vantaggio? Anche con la
nostra società cerchiamo
di entrare
spesso nelle scuole.
E’ uno sport che
piace, ma difficilmente
si riesce a
convincere i giovani
ad intraprenderlo: il
culto del calcio, ed
anche del basket e
della pallavolo, è
ancora molto forte. Che
cosa manca alla pallamano per fare
breccia? Chi la pratica si innamora quasi
subito per il forte impatto fisico ed emotivo.
Il problema probabilmente è l’assenza di
una squadra nazionale che dia soddisfazioni
e ottenga buoni risultati. Un po’ come è stato per il rugby fino
a sette-otto anni fa.
Questo può influire
anche sulla
carriera delle giovani
promesse? E’ un circolo vizioso.
I giovani crescono,
ma quando
diventano grandi si
accorgono ben presto
di non avere
risultati, sia in
ambito sportivo sia
nel guadagno. Chi
gioca a pallamano
quindi lo fa solo
per hobby? Nella serie
A d’elite, al di fuori dell’età scolastica, sono
tutti professionisti, una buona parte anche
in serie A2. Ma sono pagati come un qualsiasi
lavoratore dipendente. Dalla B in giù,
invece, nessuno è professionista. Quanto è dura lavorare e allenare? Io lavoro e
alleno, chiaramente è un sacrificio. Dopo
otto ore di lavoro al giorno, c’è l’impegno
degli allenamenti tre o quattro volte alla
settimana e la partita nel week end: se si è
in trasferta si va in giro per il nord Italia.
Chiaro che la vita privata praticamente si
azzera: gli amici diventano esclusivamente
i colleghi di lavoro e i compagni di squadra,
le varie fidanzate e i genitori si vedono ben
poco. Cosa potrebbe convincere un giovane
a intraprendere la pallamano? Il
fatto che sia uno sport completo, che valorizza
l’aspetto aerobico e i fondamentali
come il salto, la coordinazione, il tiro. Il
valore di questo sport non è dato dal guadagno,
e soprattutto la pallamano unisce
forse più ancora di altri sport di squadra.
Proprio perchè c’è molto contatto fisico, se
il singolo da solo non può fare nulla, supportato
dalla squadra può essere in grado
di superare i propri limiti.
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