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Tocca alla pallamano con Diego Tarro Lucia
Riccardo Ghezzi


Diego Tarro Lucia allena dal 2008 il Città Giardino di pallamano, dopo aver militato nella stessa squadra come giocatore sia nelle giovanili sia in serie C, B e A2. Come è iniziata la tua avventura nella pallamano? Tutto è cominciato quando ho deciso di smettere con la pallavolo. Nella zona in cui abito, Torino sud, c’è il Città Giardino: con loro ho disputato tutta la trafila delle giovanili, e poi la serie C, B e A2. Mi sono lussato la spalla tre volte, alla terza ho deciso di intraprendere la carriera allenatore: era settembre 2008. Preferisci giocare o allenare? Sono due cose completamente diverse. Giocare è divertente, si respira maggiormente l’aria dell’agonismo. Allenare per è più interessante, si possono organizzare i piani di battaglia e non si sottovaluta l’aspetto psicologico. Per quale motivo hai preferito pallamano alla pallavolo? Per qualche anno ho praticato entrambi gli sport, ma alla fine ho scelto la pallamano perchè l’idea del contatto fisico, totalmente assente nella pallavolo, mi attirava molto di più. La pallamano è attualmente abbastanza diffusa all’interno delle scuole, può essere un vantaggio? Anche con la nostra società cerchiamo di entrare spesso nelle scuole. E’ uno sport che piace, ma difficilmente si riesce a convincere i giovani ad intraprenderlo: il culto del calcio, ed anche del basket e della pallavolo, è ancora molto forte. Che cosa manca alla pallamano per fare breccia? Chi la pratica si innamora quasi subito per il forte impatto fisico ed emotivo. Il problema probabilmente è l’assenza di una squadra nazionale che dia soddisfazioni e ottenga buoni risultati. Un po’ come è stato per il rugby fino a sette-otto anni fa. Questo può influire anche sulla carriera delle giovani promesse? E’ un circolo vizioso. I giovani crescono, ma quando diventano grandi si accorgono ben presto di non avere risultati, sia in ambito sportivo sia nel guadagno. Chi gioca a pallamano quindi lo fa solo per hobby? Nella serie A d’elite, al di fuori dell’età scolastica, sono tutti professionisti, una buona parte anche in serie A2. Ma sono pagati come un qualsiasi lavoratore dipendente. Dalla B in giù, invece, nessuno è professionista. Quanto è dura lavorare e allenare? Io lavoro e alleno, chiaramente è un sacrificio. Dopo otto ore di lavoro al giorno, c’è l’impegno degli allenamenti tre o quattro volte alla settimana e la partita nel week end: se si è in trasferta si va in giro per il nord Italia. Chiaro che la vita privata praticamente si azzera: gli amici diventano esclusivamente i colleghi di lavoro e i compagni di squadra, le varie fidanzate e i genitori si vedono ben poco. Cosa potrebbe convincere un giovane a intraprendere la pallamano? Il fatto che sia uno sport completo, che valorizza l’aspetto aerobico e i fondamentali come il salto, la coordinazione, il tiro. Il valore di questo sport non è dato dal guadagno, e soprattutto la pallamano unisce forse più ancora di altri sport di squadra. Proprio perchè c’è molto contatto fisico, se il singolo da solo non può fare nulla, supportato dalla squadra può essere in grado di superare i propri limiti.

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